LE LUCI DELLA SPERANZA

"Ma questa insegna, non la spengi mai durante la notte!"

Così, mi aveva salutato il tecnico, chiamato ad aggiustare, l'insegna neon del negozio.

"A qualunque ora della notte, la vedo sempre accesa!" aveva continuato, quasi accusandomi, di essere la causa della rottura, delle prime lettere, della parola Illuminazione.

"E' una insegna, no? Allora, è fatta per rimanere accesa, tutta la notte!" avevo finalmente sbottato.

"Sei Silvia, vero?" mi guarda da sotto i suoi occhialetti con un sorriso.

 "Sandro ti manda i suoi saluti, Sandro, è il mio socio e il tuo amico di infanzia. Mi aveva avvisato che sei un tipo originale."

Mi ero accorta, giorni addietro, forse un pò in ritardo, che le lettere dell'insegna non facevano luce, una sera che mi ero fermata a fare rifornimento al distributore, e voltandomi dalla parte della mostra, avevo notato il misfatto.
Mi era sembrata una sciagura tale, vedere quella parola troncata, che malgrado l'ora, avevo mandato il messaggio a tutti i capi, per provvedere alla immediata soluzione!

E adesso, eccolo il tecnico, a ricordare, il  mio amico Sandro.
Sandro e sua sorella Lena, erano i figli del mezzadro, che viveva nella casa vicina alla nostra. Passavamo le giornate, divertendoci con i giochi che Sandro realizzava, con le sue stesse mani.
Non finiva giorno, che non creasse qualche suo nuovo marchingegno.
Dalla sua abilità, fuori del comune, per un bambino che frequentava le elementari di una scuola di campagna, uscirono vari caleidoscopi, dei fucili e delle balestre fatti con le canne e gli elastici delle camere d'aria, delle automobili perfettamente funzionanti di legno e  dei cannocchiali, che aveva realizzato per tutti e tre.
Insieme, appena ci era possibile, si saliva al Colle delle Torri, il nostro punto di vedetta, che ci permetteva di osservare l'intera città, partendo dal centro storico, fino alla zona commerciale,  e quella industriale.
Nelle sere estive, si rimaneva seduti sui sassi, ad aspettare il nostro spettacolo, che sarebbe iniziato dopo il tramonto, con la comparsa delle luci.

"Che bello! Guarda quella luce è blu!"
"Io ne sto vedendo una rossa!"
Io e Lena, avevamo la stessa età, ancora non andavamo a scuola, e Sandro, più grande, ci faceva da maestro.

"Io vedo delle lettere,  e se metto a fuoco, con il mio cannocchiale, riesco a vedere anche dei numeri!"

Per loro, non era possibile scendere in città, non avevano una macchina in famiglia, o meglio,
la Fiat 500 D, era diventata la casa della capra, dopo il primo incidente avvenuto il giorno stesso dell'acquisto dell'auto.

"Silvia"
 mi disse un giorno Sandro,
" tu, che con i tuoi genitori, scendi sempre in città, hai il compito di andare in esplorazione, laggiù, dove vediamo quelle luci colorate, e su questo quaderno dovrai riportare quello che vedi."

"Ma io non so scrivere!" mi lamentai subito, sottolineando che ero la più piccola del gruppo.
"Basta solo, che con questo lapis, tu disegni, quello che vedi" mi incoraggiò Sandro.

E così, la sera mi offrivo volontaria, per seguire i miei nelle loro commissioni , e disegnavo, quegli  strani e incomprensibili caratteri, che sormontavano le vetrine dei negozi o i capannoni, per poi condividerli con i miei amici.

E' da lì, che nacque la nostra comune passione, per le luci colorate delle insegne.

"Le luci delle insegne, sono le luci della speranza, sono i sogni degli industriali, degli artigiani e e dei commercianti che diventano realtà.
Un attività senza insegna, non crede nel proprio sogno e non investe in quello che ha di più caro, il proprio marchio" ci raccontava Sandro.

"Vedete" e  indicava le luci colorate
"là, c'è lavoro e prosperità, mentre, guardate laggiù, quella serie di luci allineate, sono le luci della paura, i lampioni che illuminano le strade, per proteggere la gente dall'oscurità."

Per noi bambine, sentirlo parlare era una fiaba, anche se poco riuscivamo a comprendere i suoi concetti.
A noi  due, bastava stare in contemplazione, assorte in  quel panorama, per poi tornare a casa, soddisfatte, alla luce delle candele.

"Io devo andare in città, io devo trasferirmi in città" disse, però, un giorno Sandro.
"Io voglio vivere tra quelle luci!" Era deciso, serio, al punto da convincere sua madre e trascinare tutta la  famiglia, nella sua avventura.

Prima dell'autunno, mi dissero, che avrebbero lasciato quella casa e si sarebbero avvicinati alla città.

Portarono via tutti i giochi, che avevano accompagnato le nostre giornate, lasciandomi  però, quello più bello, lo spettacolo che ha continuato ad accendersi tutte le sere.

Sandro è cresciuto, come uomo e come imprenditore.

E ho potuto ammirare da quassù, le insegne che  ha realizzato, nel corso degli anni.
Le ho viste accendersi, e poi affievolirsi, per scomparire del tutto, divorate dal buio della mancanza di speranza, per lasciare il posto ai lampioni della paura.

Adesso, dal nostro Colle, di insegne se ne vedono troppo poche e se Sandro salisse ancora sul punto di vedetta, capirebbe la mia ostinazione, nel lasciare acceso il nostro faro, con il suo colore verde, in segno di speranza.

Perchè certe luci non si devono spengere mai!
E certi interruttori non si possono mai staccare!





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